Discorso del Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli in occasione del 75esimo anniversario del protocollo italo-belga "Homme Contre Charbon" (1946)
Gent.mo Borgomastro Paul Magnette,
Ambasciatore Francesco Genuardi,
Gent.me autorità politiche locali e regionali,
Cari amici,
Sono onorato di partecipare a questa cerimonia.
Oggi siamo qui per ricordare la vita e il sacrificio di tanti italiani e tanti europei venuti in Belgio in cerca di un futuro migliore.
La seconda guerra mondiale si era conclusa con i danni che sappiamo. Tutti i paesi europei stavano vivendo gli anni durissimi della ricostruzione. Il Belgio, ricco di miniere di carbone, non aveva abbastanza manodopera; l’Italia, ricca di manodopera, era in ginocchio, non aveva carbone ed era molto povera.
E, come accade ora per molti settori dove il lavoro è pesante e poco retribuito, il ricorso alla manodopera migrante era considerato l’unica risorsa per un settore essenziale per il Belgio come quello dell’estrazione di carbone. Un lavoro pesante, mal retribuito e soprattutto destinato, fino a quel momento, ai prigionieri di guerra.
È così che fu firmato il protocollo italo-belga definito “uomo-carbone”, un accordo in base al quale l’Italia si impegnava ad inviare nelle miniere belghe 50.000 italiani (al ritmo di 2.000 a settimana) e il Belgio a vendere mensilmente all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone ogni 1.000 minatori immigrati. Un accordo che costringeva il lavoratore a firmare un contratto di cinque anni in miniera con l’obbligo tassativo, pena l’arresto, di farne almeno uno.
Quel protocollo fu quindi il primo accordo siglato dall’Italia repubblicana, di fatto uno scambio tra un Paese, il Belgio, che aveva bisogno di forza lavoro e un altro, l’Italia, di materie prime.
Nelle diverse città e paesi italiani iniziarono a comparire manifesti di “reclutamento” che promettevano lavoro e salario. Sui diritti dei lavoratori, sulla sicurezza e sulle condizioni di lavoro non c’era una riga. Unico requisito richiesto, una buona salute e un’età massima di 35 anni.
La partenza di tanti italiani e tanti europei, emigrati con la speranza di una vita migliore in questo Paese, fu per moltissimi una esperienza drammatica, di sofferenza e di stenti.
Il viaggio in treno verso il Belgio poteva durare giorni. I lavoratori venivano infatti stipati in treni senza sbocchi d’aria, in condizioni disumane. Arrivati a destinazione, i lavoratori venivano ospitati in baracche di legno dove, pochi anni prima, venivano reclusi prigionieri impiegati nell’estrazione del carbone. Si trattava di comunità chiuse dove - tolto il tempo del lavoro - non era possibile uscire liberamente.
I diritti di quei lavoratori erano molto limitati e l’esperienza dell’incontro con gli altri era spesso caratterizzata da umiliazioni e discriminazioni.
Possiamo parlare di lavoratori senza tutela - e sicuramente non di cittadini a pieno titolo.
La tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956 fu un incidente drammatico, ma solo il più eclatante. Secondo i dati in possesso delle Acli, tra il 1946 e il 1963 i lavoratori italiani morti in miniera furono 868 e a questi, bisogna aggiungere tutti coloro che persero la vita in modo silenzioso a causa della silicosi polmonare, malattia letale causata dall’inalazione prolungata di biossido di silicio, presente appunto nelle miniere di carbone.
Certo, quella del dopoguerra era un’altra Europa, un altro Belgio, un’altra Italia. Tutti i paesi europei stavano vivendo gli anni complessi della ricostruzione, un periodo durissimo per le nostre società e le nostre economie.
Il protocollo italo-belga del 1946 e la successiva catastrofe della miniera del Bois du Cazier di Marcinelle ha segnato, in un certo senso, anche la storia dell’integrazione europea.
Questa duplice vicenda ci ricorda che l’immigrazione è dolore, lacerazione ma al tempo stesso anche riscoperta di valori e di umanità.
La tragedia di Marcinelle segnò uno spartiacque in molti modi. Innanzi tutto vi fu la presa di coscienza della inaccettabile condizione umana di quei lavoratori - e le battaglie politiche e sindacali che seguirono quella tragedia hanno portato nel tempo al riconoscimento formale e poi sostanziale dei lavoratori italiani come cittadini di questo Paese a pieno titolo e come lavoratori con eguali diritti.
Queste battaglie sono state il cuore della definizione successiva di una cittadinanza europea - cioè l’idea che ogni cittadino europeo, ovunque risieda, ha dei diritti che può esercitare, tra cui il diritto di voto alle elezioni locali. E la cittadinanza europea è senza dubbio il cantiere da espandere - proprio oggi che avviamo i lavori di una Conferenza sul Futuro dell’Europa - perché essere europei e vivere, studiare, lavorare e risiedere fuori dal proprio Paese significa acquisire e non perdere diritti di cittadinanza.
Inoltre il sacrificio di quei lavoratori ha contribuito a formare una forte coscienza europea del lavoro, un percorso che è stato parte della costruzione delle prime Comunità europee e ha creato le condizioni affinché il processo di integrazione avesse al centro non solo il mercato ma anche i diritti delle persone.
La tragedia del Bois du Cazier, per la sua grandezza e il suo impatto in termini di perdita di vite umane, ha contribuito ad accendere una luce non solo sulle migrazioni ma anche sulle politiche di sicurezza sui luoghi di lavoro e sulla costruzione di un welfare europeo.
Come sapete, stiamo vivendo un tempo di grandi sfide. La pandemia da Covid-19 ha sconvolto le nostre vite e in questo momento è necessario fissare bene gli obiettivi e lavorare insieme con grande senso di responsabilità.
Per fare questo, è fondamentale agire insieme e proteggere la nostra coesione, cioè il contesto nel quale intere generazioni hanno fatto esperienza di pace e hanno saputo costruire un modello che per una lunga stagione ha favorito benessere, crescita economica garantendo diritti sociali e civili.
È soprattutto in tempi di crisi che il progetto europeo deve dimostrare di essere un progetto per il bene di tutti, proteggendo le persone, sostenendo le imprese, investendo nell’uguaglianza, nel progresso sociale e nel benessere economico. Soddisfare i bisogni dei cittadini europei di assistenza, lavoro, dignità, sicurezza e prosperità per il loro futuro è il cuore di questo progetto.
Come è stato ribadito al recente vertice di Porto, è necessario dare attuazione concreta ai principi e ai diritti contenuti nel Pilastro europeo dei diritti sociali.
La nostra Unione si fonda infatti sui pilastri della solidarietà e dell’uguaglianza e, di fronte alle grandi trasformazioni ecologiche e digitali che stiamo vivendo, è necessario richiamare quei princìpi, mettere le persone al centro del dibattito e affrontare con urgenza la dimensione sociale pensando a nuovi modelli di sviluppo, più equi e sostenibili.
È fondamentale quindi predisporre un efficace tessuto normativo a livello europeo e, soprattutto ridurre le non più accettabili, anacronistiche asimmetrie tra gli Stati europei.
L’insegnamento e la memoria di quanti persero la vita a Marcinelle e nelle altre miniere del Belgio impone scelte coraggiose ispirate alla solidarietà.
Anche oggi molte persone nel mondo guardano all’Unione europea come a una meta per costruire una vita migliore, degna. Molti arrivano nei nostri Paesi dopo drammatici viaggi, avendo sperimentato stenti, torture, la morte di familiari o amici. Vengono per lavorare - come venivano i nostri migranti. E di quel lavoro le nostre società che invecchiano hanno sempre più bisogno.
Dobbiamo definire regole comuni in Europa perché non si debba morire per arrivare in modo irregolare - e perché non si debba lavorare in condizioni illegali e disumane, come accade purtroppo ancora, ad esempio, a molti immigrati extracomunitari nei campi o nelle fabbriche dei nostri Paesi.
Come sapete, la pandemia da Covid-19 ha avuto un profondo impatto sui modelli migratori a livello locale e mondiale e un effetto moltiplicatore sul movimento forzato di persone nel mondo, soprattutto dove l’accesso alle cure e alla sanità non è garantito.
Questa crisi ha interrotto i percorsi di mobilità, bloccato i migranti, distrutto posti di lavoro e reddito, ridotto le rimesse e ha spinto milioni di migranti e popolazioni vulnerabili verso la povertà.
È tempo che l’Europa prenda un’iniziativa. La sfida migratoria rappresenta una grande questione globale, una questione umana, sociale, di fronte alla quale l’Unione europea deve adottare un approccio coordinato, più coraggioso basato sui principi della solidarietà, della responsabilità.
Attraverso la riforma della propria politica di immigrazione e asilo, la Commissione europea ha proposto nuove misure che provano a superare il sistema di Dublino e a indicare una via diversa rispetto al passato, non più dettata dalla paura e dell’incertezza, ma orientata a trovare un giusto equilibrio tra solidarietà e responsabilità nella gestione dei flussi migratori. C’è molto ancora da fare.
Servono regole, regole che umanizzino i meccanismi globali, e questo lo può fare solo l’Europa.
Per queste ragioni, nel rendere omaggio alla memoria dei lavoratori e di quanti persero la vita in queste miniere, desidero salutare e ringraziare tutti i cittadini, belgi e italiani e di altre nazionalità europee che in questi anni hanno contribuito con la loro operosità e generosità alla crescita e allo sviluppo di questa regione.
Vi ringrazio